lunedì 3 dicembre 2012

PER DESDEMONA RECITATA E DIPINTA

Sabato 15 dicembre 2012 ore 19.30

PER DESDEMONA RECITATA E DIPINTA

Inaugurazione della personale di Michele Damiani 


Saranno presenti l'autore, Raffaele Nigro e Vito Signorile

"Che coraggio Vito Signorile! Alla svolta dei sessant'anni si è gettato a corpo morto in un'impresa straordinaria: attrezzare un nuovo Teatro Abeliano. Una scommessa economica e culturale. Tanto più che la struttura sorge al centro di un quartiere che ha conosciuto momenti difficili. Una forma di impegno che la chiesa barese ha aiutato mettendo a disposizione l’immobile, ma che le istituzioni non hanno sufficientemente sostenuto. Almeno finora. 

L'Abeliano è parte non secondaria della storia del teatro, in lingua e in dialetto, a Bari e in Puglia. Ma è anche la storia dell’impresa culturale che in Adriatico meridionale ha avuto scarsa tradizione e tarda nascita. Ovviamente chi scrive è troppo di parte. Conosco Vito da fine anni sessanta, infatti, dai tempi dei Campi Elisi. Nel capannone di largo 2 Giugno, opportunamente trasformato in teatro, ho capito cosa sia la direzione degli attori e i tempi che la scrittura teatrale deve osservare se intende trasformarsi in prodotto vivo. Una lunga militanza e una lunga amicizia. Che si è mantenuta viva a dispetto delle mie distrazioni e della mia scelta di praticare, almeno dal 1987, la narrativa e poco o niente il teatro. 

Stessa durata l'amicizia con Michele Damiani. Lo conobbi al tempo in cui dipingeva operai e braccianti, processioni e frattaglie popolaresche, con la sua mano sonnambula, l'erotismo alla Schiele. Ne seguii le evoluzioni lungo i percorsi del Mediterraneo e di quel paradiso che appariva un tempo il mercato di Samarcanda. Insieme abbiamo condiviso l’amicizia di scrittori e di pittori, da Sughi a Ben Jelloun a Pontiggia. I suoi disegni hanno accompagnato più di un mio libro, gli hanno dato vivacità e allegria. Questi mattoni che sono tornati utili talvolta per pareggiare le gambe di un tavolino o per lasciare qualche bernoccolo in testa o per procurare un’emicrania, come simpaticamente ripeteva un duo comico in una fortunata sitcom. Anche lui che coraggio, Michele, a proseguire su una via di sbilenco figurativismo o di un astrattismo esageratamente coloristico, qua e là reso intellettuale dal lettering tracciato con mano tremolante, in un mondo convertito al concettuale, all'astratto, all'installazionismo. 

Cola Cola e Desdemona trovarono fortuna editoriale alla fine degli anni novanta anche grazie alla copertina squillante di Michele. A commissionarla fu Raffaele Crovi, passato alla Giunti dalla dismessa Camunia. L’editrice fiorentina ne trasse anche dei poster pubblicitari e i disegni furono molto imitati dagli studenti e gli stessi tornarono più tardi a suggestionare la formulazione del cartoon diretto da Cosimo D. Damato. Espressionismo e fabulosità onirica, Chagall, Schiele e Cantatore. 

Erano anni disastrosi per i Balcani e per il Maghreb. Tutti fuggivano dai paesi del Socialismo reale e dai deserti e le coste del Mediterraneo settentrionale venivano prese d'assalto. La stessa furia che oggi assale Pantelleria e la Sicilia. L'Europa sonnecchiava. Sulla scorta di Braudel, Predrag Matvejevich scrisse un libro molto lirico sulla vita nel Mediterraneo. Gli si accodarono Cassano, Donzelli, Consolo. Con una interpretazione tutta di parte sia della geografia che del paesaggio e ovviamente delle ragioni che stavano producendo i fenomeni migratori. 

Alla fine di alcuni viaggi nel Maghreb, dopo il romanzo Adriatico e prima di Diario mediterraneo, decisi di scrivere una favola sulla fuga e sulle nuove invasioni. La gazza Cola Cola giungeva a Venezia e incrociava col suo il destino di una colomba veneziana, Desdemona. Il trasferimento della trama dall'Otello al mio racconto diventava fin troppo facile. E Venezia, topos letterario esaltato da Mann, mi tornò di grande utilità. A Venezia, città del carnevale, la morte si mascherava di ricchezza e di felicità per catturare le creature inquiete di un mondo di solitudine. 

Michele colse questo gioco, lo rappresentò nei suoi cartoni, tornando a ripeterli in una serie di grandi tele dove la giocosità fa da contrappasso al dramma, dove i colori del deserto si impastano con quelli del Mediterraneo e col pallore della luna. Sono le opere presentate in questa personale. Non una sequenza di disegni come avrebbe proposto un illustratore ma una pioggia di emozioni colorate, ciò che è proprio del pittore. A reggere il gioco sono la passione frammentista, la furia cromatica e l'horror vacui. La paura o la fobia del bianco che distingue la pittura di un uomo diviso, come la favola di Cola Cola, tra festosità e malinconia."
Raffaele Nigro

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