domenica 17 marzo 2013

Io provo a volare: recensione di Anna Piscopo

La distruzione di un teatro. È il segno di una esplicita non accettazione di un certo modo di fare teatro, di essere attori, di un certo teatro o semplicemente di un certo modo di stare al mondo. Del resto, su un palco di marmo è impossibile recitare. 

Il teatro è stato ristrutturato, ma è chiuso, verrà aperto e inaugurato in vista delle elezioni. È questo ciò che trova un giovane attore quando torna nel suo paesino d'origine dopo aver inseguito il successo nella città. Anni impiegati tra studio e lavoretti di sopravvivenza e poi l'approdo al mondo del lavoro che non sa offrire più che una scrittura come scimmia nel circo. Il fallimento di un progetto o forse solo la modificazione di un desiderio: dalla ricerca di riscatto alla scelta di esserci e di fare, a prescindere da tutto, teatro, non più però nella prospettiva di una produttività data dal consenso. 

Quel teatro è solo un ammasso di pietre e marmo, ma è proprio da quelle macerie che può nascere qualcosa di nuovo: pulviscolo di polvere nella luce. Un po' come l'attore che volteggia seguendo la luce, agile e dinoccolato come un personaggio di Tim Burton. Il palcoscenico tutto diventa scena viva su cui si snoda, in maniera scontata, ma certamente riconoscibile, la narrazione, tra musica dal vivo e luci. "Io provo a volare" uno spettacolo popolare e immediato, dalle canzoni di Modugno alla storia di un uomo che sogna prima, e ci prova, poi. 

Anna Piscopo

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