mercoledì 3 aprile 2013

La versione di Barney: recensione di Veronica Di Pinto

La versione di Barney, noto romanzo di Mordecai Richler che ebbe successo negli ultimi anni '90, va in scena a teatro, con l'adattamento di Massimo Vincenzi e la regia di Carlo Emilio Lerici. Unico attore a riempire il palcoscenico è Antonio Salines nei panni dell'anziano Barney Panofsky. 

La scena è essenziale, neutra e familiare: un attaccapanni, uno schermo che proietta video e una poltrona su cui siede Barney, produttore televisivo di successo che, passati i sessant'anni, decide di scrivere la propria autobiografia. Il motivo che lo spinge è dare la propria versione dei fatti che hanno portato alla morte dell'amico Boogie, liberandosi dall'accusa di omicidio mossagli dallo scrittore Terry Mclver. Ma, non riuscendo a scrivere nemmeno una riga, si lascerà andare a un intimo monologo di memorie. Barney è afflitto dall'Alzheimer e la sua sarà una confessione in cui riemergono gli episodi del passato, si intrecciano confusamente e si scontrano con gli avvenimenti del presente. L'ininterrotto flusso di coscienza, pastoso nell'eloquio come nell'affastellarsi dei ricordi, è scandito dall'uso delle luci, che cambiano a ogni richiamo alla realtà presente, e dai video irrompenti alle spalle del protagonista, continui flashback in cui si muovono persone, luoghi ed eventi passati. Con le sue memorie, con i suoi "pensieri a mezza voce" Barney, afflitto dalla sofferenza, alcolista e abbandonato dall'ultima moglie, prova a ricordare, ad afferrare la propria realtà, a dare il nome alle cose, a dare la propria versione. 

Lo spettacolo, ben calibrato tra momenti divertenti e momenti dolorosi, dona al pubblico l'intimità di un uomo che fa teneramente i conti con la propria vita, come se fosse l'ultimo giro tra amici in un bar. 

Veronica Di Pinto

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