mercoledì 3 aprile 2013

La versione di Barney: recensione di Cristina Lacirignola

Barney, uomo di successo affetto da Alzheimer e dedito all’alcool, si ritrova, suo malgrado, a fare un resoconto della propria vita, a pesare successi e insuccessi, suddividendo il passato in tre macrocapitoli, ognuno corrispondente a un matrimonio. Mentre i ricordi riaffiorano, cerca di recuperare i dettagli, i rapporti con mogli e vecchi amici. Seduto su una poltrona per quasi tutto il tempo, inizia un lungo soliloquio che nel suo sviluppo si trasforma in dialogo, anzi in più dialoghi con fantasmi, volti del passato. Sullo sfondo compaiono primi piani, dettagli di una bocca, di una mano. Sono proiezioni della sua memoria, dei suoi ricordi incompleti, disordinati, che Barney tenta in qualche modo di ricomporre, come cocci di un vaso rotto che deve essere necessariamente riparato. 

Ma il suo è un tentativo senza successo: le immagini frantumate sono frutto di una sua versione dei fatti, fatti che restano deformati. Nonostante una giovinezza da Bohemien e una soddisfacente carriera, ora che ha passato i sessant’anni è diventato un uomo fragile. Abbandonato a se stesso, vive un tempo tutto interiore, tanto da non accorgersi dello scorrere del tempo reale. "Che ora è?" si domanda spesso, e ogni volta scopre di essersi barricato nei suoi pensieri e di aver abbandonato il "fuori". Lo stacco fra dimensione temporale interiore ed esterna è sapientemente segnato da improvvisi cambi di luce. I ricordi continuano ad essere confusi, tanto che Barney teme di aver ucciso il suo più caro amico. Ed è proprio Boogie a dissipare il dubbio che tormenta il protagonista e ad accompagnarlo in quello che sarà l’ ultimo giro di drink, ovvero la morte. Barney confortato, termina la sua esistenza quasi riappacificandosi con se stesso, ma la realtà continua a restare oscura: non potremo mai venire a conoscenza dei fatti, quel che è certo è che quanto abbiamo visto è accaduto nella sua mente, perché proprio dalla sua mente il passato è stato rielaborato e deformato. 

Salines rende abilmente il personaggio in tutta la sua complessità, muovendosi in uno spazio domestico, suggerito con pochi accenni, che viene inondato da immagini di vita passata. Questo uomo solo, che tenta fino all'ultimo di riconquistare la sua terza moglie, che si irrita perché a causa della malattia non riesce più a dare un nome agli oggetti, ci appare in tutte le sue debolezze, un po' patetico, un po' malinconico, suscitando commiserazione e biasimo allo stesso tempo. 

Cristina Lacirignola

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