lunedì 22 aprile 2013

Moby Dick: recensione di Cristina Lacirignola

In uno spettacolo che vuole raccontare le avventure di Ismaele a bordo della baleniera del capitano Achab, gli effetti speciali non possono mancare, anzi sono di dovere, se a riviverle è un uomo desideroso di ritornare per poco tempo alla sua giovinezza. 

Interpretando i protagonisti del celebre romanzo di Melville, Maurizio Stammati agisce in un apparato scenografico complesso e ricco di elementi simbolici: un recipiente pieno d'acqua basta per evocare il mare, ma sono poi le percezioni uditive a diventare un canale privilegiato di comunicazione: la vastità dell'oceano, la sua furia durante una minacciosa tempesta o la sua calma in un giorno di sole ci arrivano attraverso suoni, rumori, fruscii, canti di marinai. Ci sono tutte le componenti indispensabili per raffigurare una nave, per creare diverse atmosfere, eppure sono elementi disordinati, messi a casaccio. 

Intervengono le parole e il racconto lineare del narratore a ricomporre il tutto. Stammati si muove quasi come un acrobata fra le vele issate e gli altri oggetti che circondano una piattaforma circolare, ricoperta di teli di plastica, sembra dare vita ai suoi personaggi e allo stesso tempo sembra voler giocare come un ragazzino. La fantasia con cui sono state concepite le suggestive trovate visive e sonore è senza dubbio un punto forte dello spettacolo, nonostante l'ardua impresa di rappresentare un romanzo immenso come Moby Dick in meno di un'ora. 
 Cristina Lacirignola

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