lunedì 22 aprile 2013

Moby Dick: recensione

Come nel romanzo di Herman Melville, dal quale liberamente si è ispirato l'autore dello spettacolo, Maurizio Stammati, è la voce narrante di Ishmael a guidarci attraverso la storia. Il ritmo è scandito da una voce limitata da un'assoluta uniformità e dallo sgradevole e insistente "toc toc" causato dalla gamba di legno di Achab, pestata continuamente sul pavimento della nave, quasi a segnare un tempo che sta per scadere. Efficace nella sua malinconia la scenografia di Dora Ricca e di Eros Leale, carica di simboli a volte anche forti, nonché la musica suonata all'armonica dallo stesso Stammati, triste e angosciante. 

Moby Dick è anche lo spettacolo, del Centro RAT/Teatro dell'Acquario, dell'allegoria della vana determinazione dell'uomo a imporre la propria volontà sulla natura. In circa 60 minuti, la bravura di Stammati ci imbarca sulla baleniera di Achab e del suo equipaggio. Ci contagia con il negativo desiderio di vendetta del protagonista e non solo, e del suo bisogno di addossare il male peggiore, quello esistenziale, ad un mostro che mostro non è! 

Lo spettacolo stordisce con un iniziale senso di smarrimento, prosegue con uno di dolore vivo e consuma con uno di strazio nostalgico entrando nell'animo dello spettatore in punta di piedi per poi non abbandonarlo più.

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