• SPETTACOLI /12 MARZO 2021, h. 21
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di Licia Giaquinto
diretto e interpretato da Elisabetta Aloia
produzione Compagnia Diaghilev

Il “maleviento”, o “male viente” è un termine ricorrente nelle formule dei riti magici meridionali. A seconda della zona geografica, viene rappresentato con le stesse caratteristiche della fascinazione: “come una condizione psichica di impedimento e di inibizione, e al tempo stesso di dominazione, un essere agito da una forza altrettanto potente quanto occulta, che lascia senza margine l’autonomia della persona…che “va per la via” in cerca delle sue vittime” (da Sud e Magia di E. De Martino). Le terre del sud, sono pregne di tradizioni, di storie, di leggende non ancora svelate.

Dare voce alla tradizione perché qualcuno possa ascoltarla e restarne “affascinato”, è questo l’obiettivo. L’intuizione è arrivata dopo la lettura del riuscitissimo romanzo di Licia Giaquinto “la ianara” pubblicato dall’ Adelphi. È iniziato così un minuzioso studio alla scoperta della stregoneria e del suo radicamento nelle società contadine del sud Italia. Ho letto testimonianze provenienti dall’Irpinia, Basilicata, Puglia e Sicilia, storie di janare, masciare, mavare, storie di donne. “Il malocchio si connota al femminile così come la stregoneria” (Malleus maleficarum scritto da H. Institor e Jakob Sprenger nel Cinquecento per ordine del Papa Innocenzo VIII).

Adelina, la protagonista, è una donna che nega per l’intera esistenza la sua natura di strega e per buona parte anche quella di donna: “diventare donna significa sangue”. È figlia di ianare, il suo destino è segnato. Adelina vorrebbe vivere la sua infanzia come le altre bambine, invece di essere scacciata per strada come un’appestata. Tutto questo le fa rabbia. Non è come le altre, lei deve “imparare cose molto più importanti”, ereditare il sapere delle erbe, delle viscere, delle voci nascoste…delle cose che non ci sono più. Un giorno decide di fuggire via da tutto. Lascia così la sua vecchia vita per iniziarne una nuova presso il Palazzo di un Conte. Qui può essere libera, vivere senza il marchio di dannata. Ma l’illusione dura poco. È costretta a confrontarsi senza volerlo con il suo essere donna, con il suo sentire nuove passioni e sensazioni: rabbia, dolore, amore, possessione spingono Adelina a ricercare in sé la sua vera natura.

Ed ecco il ritorno all’essenza. Una donna anima la scena. Sospesa nel passaggio tra la vita e la morte, tra ciò che era e ciò che sarà. Si muove “come un cane randagio” in uno spazio circoscritto, in cui mescola il racconto a rituali e scongiuri salmodiati. Parla una lingua non definita, una sorta di dialetto creato da una mescolanza di dialetti del meridione. “La Ianara” è un salto nel passato, l’istante di un ricordo lontano, che si realizza attraverso la parola, il gesto. È una sorta di respiro sospeso tra il passato e il futuro che tocca corde dell’intimità dell’essere umano di sconcertante attualità e verità.

Un lavoro che mira al recupero della tradizione orale, della narrazione di storie di altri tempi in cui superstizione e credenze popolari prendono voce e corpo, in cui i personaggi si annodano in formula ancestrale e perfetta di continuità sociale. Le ianare, le mavare, le masciare, sono presenti ancora oggi nelle nostre terre.