• PRIMA REPLICA /Sabato 14 DICEMBRE 2019, h. 21
  • SECONDA REPLICA /Domenica 15 DICEMBRE 2019, h. 18
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Le ultime lune
con
Andrea Giordana
Galatea Ranzi
Luchino Giordana
Regia Daniele Salvo

 

Una commedia poetica e struggente, ultima prova d’attore di Marcello Mastroianni che la interpretò a teatro nella stagione 1995/96 (per la produzione del Teatro Stabile del Veneto e la regia di Giulio Bosetti), e cavallo di battaglia di un altro decano delle scene, Gianrico Tedeschi.

Un uomo nella sua stanza attende, osserva, ricorda, sogna. È solo, stanco, privato del suo futuro. Un vecchio.

Fantasie, suggestioni, fantasmi del passato affollano la sua povera stanza dell’immaginario. Sua moglie, morta molti anni prima, è sempre al suo fianco e conversa assiduamente con lui, ogni giorno. Vita e morte si toccano, presente e passato si sovrappongono: in questa stanza il tempo è relativo.

Nella stanza Il vecchio professore attende il figlio che lo accompagnerà in una casa di riposo. L’uomo vive e respira quella stanza, dove trascorre tutta la sua giornata, quasi volesse portarla con sé; per compagni di viaggio, la musica, i fumetti che ha sempre amato e un album di foto. Accanto a lui un’altra amica, silenziosa e scomoda: la vecchiaia. L’uomo affoga sempre più nella malinconia, si confronta ogni giorno con la nostalgia, la sua condizione di impotenza, la disillusione: il presente è insoddisfacente, la vita al tramonto, i progetti conclusi. Entrare in una casa di riposo è una scelta lucida, definitiva, irrimediabile, dettata dal desiderio di non essere di troppo.

Una volta lasciata la propria casa e giunto in un anonimo ospizio, il professore si rifugia nella soffitta, dove ama trascorrere qualche ora in compagnia delle sue fotografie, della musica e di una piantina di basilico: lassù – un modo tutto suo per avvicinarsi sempre più al cielo – attende la fine dei suoi giorni.

Nel nostro tempo, improntato all’egoismo più sfrenato, all’efficienza ad ogni costo, alla ricchezza, alla velocità, al tutto e subito, la vecchiaia è una vergogna da cancellare. Si insegue freneticamente la giovinezza combattendo i segni del tempo, nell’illusione di annullare la morte. Essere vecchi significa essere esclusi: ormai altri giovani cantano altre canzoni e il vecchio è troppo lento, troppo stanco, troppo solo, in una parola, inutile. “E invece – puntualizza il regista Daniele Salvo – la vecchiaia al contrario è un privilegio, un momento della vita in cui tutte le linee convergono verso un punto sospeso sul filo dell’orizzonte. È la somma di tutti gli addendi, il termine di un progetto, l’inizio di un nuovo cammino. Coincide con la condizione del poeta, che dà scandalo, non serve, dà fastidio: troppo ingenuo, fragile, vero. E soprattutto, come il vecchio, il poeta sa dire la verità. Il poeta attende paziente, seduto su una panchina sul ciglio del torrente del tempo e guarda… Il poeta, come il vecchio, possiede la mappa del labirinto, crea un modello infantile dell’universo, . Il poeta canta con la sua voce sempre più flebile, ride tra i denti, ma mi accordo che piange. È solo un uomo, o forse un vecchio. Ma il suo pianto conduce al futuro”.