L’Albero
di e con Nicola Conversano
collaborazione alla scrittura di Michele Santeramo
Regia Vittorio Continelli
Raccontiamo una terra e la facciamo assaggiare attraverso un testo – e lo spettacolo teatrale l’Albero – in cui un attore mette in scena il proprio rapporto di amore/odio con la terra nella quale vive, guardandola con gli occhi di chi opera da contadino.
La nostra maniera di intendere il teatro è calata fortemente nei risvolti sociali, economici, che sono provocati dall’altalenante stare al mondo delle persone. Ci siamo posti una domanda: per quale motivo sia gli spettacoli di teatro, sia la produzione di olio, fanno tutta questa fatica ad essere distribuiti? Come mai i prezzi dell’olio, almeno qui da noi, debbono essere così bassi?
Cosa sta succedendo nel nostro territorio in conseguenza di questi prezzi? Succede che all’orecchio del contadino cui oggi, per esempio, un gestore o un produttore di energia alternativa dovessero proporre l’espianto degli alberi di ulivo a favore di un impianto fotovoltaico, la proposta suoni come il canto d’una sirena.
Sarebbe facile dimostrare che per il produttore non avere spese e una rendita certa è meglio che continuare a coltivare, raccogliere, produrre olive per vendere l’olio a prezzi così bassi.
La Puglia, lentamente, diventerebbe così una terra di specchi e di pale eoliche. Per carità, non siamo contrari alla produzione di energie rinnovabili, ma crediamo che a pagare non debbano essere gli ulivi e le viti, cioè il paesaggio, cioè gli abitanti. Ma come si fa a valorizzare l’olio, a dare un esempio? Questa era la domanda cui cercavamo risposta, senza sapere di averla già trovata: lo spettacolo.
Questo può essere il circuito distributivo della qualità dell’olio che si produce in questa zona, e potrebbe diventare volano per l’olio che si produce in altre parti d’Italia. Vogliamo dimostrare che si può comprare ad un prezzo più equo, e guadagnando tutti quel che sembra più giusto; che si può costruire un percorso più virtuoso di conoscenza, qualità, consumo.
Lo spettacolo
Un contadino ha saputo che un albero è stato preso dalla campagna e spostato nel centro di una piazza di città. Un albero di ulivo di duecento anni, spiantato e ripiantato tra le macchine. Quest’uomo ha bisogno di andare a parlarci con quest’albero, perché, com’è ovvio, l’albero non ha retto a quel passaggio, ed è diventato secco. Partendo da questo episodio, che sembra piccolo agli occhi dei disattenti, l’uomo in scena conclude che di questo scempio, di questa bruttura non vuole saperne più niente. Si decide a partire. In autostop: lasciare tutto e andar via. Come hanno fatto tutti. Come continuano a fare. Non essendo lui né diverso né migliore degli altri. Ma di partire, non se ne parlerà. Saranno gli avvenimenti ad impedirgli di riuscirci.
Non partendo, l’attore/contadino è costretto a tornare in campagna. Ed è questo il viaggio che compie. Un viaggio in mezzo ai saperi che si dimenticano, alle necessità della vita in agricoltura che sono sempre le stesse, pur cambiando i tempi e le macchine prendendo il posto delle braccia, un viaggio di consapevolezza nel mestiere che, sostituito da lampadine che in troppe si vogliono accendere, sta lasciando nella campagna solo il ricordo di una sapienza, la memoria di una appartenenza. Non riuscirà a partire. Fino a quando…


