Gruppo Abeliano
Soffio
di Luigi Pirandello
con Nicola Conversano
Un uomo perfettamente normale innanzi a una notizia di una morte improvvisa si trova a dire una banalità “una delle frasi più fruste”. Che se pur banale come il gesto che la accompagna, lo porta in un vortice di accadimenti a cambiare, a non riconoscere più sé stesso a dubitare della sua ragione e a credere di possedere un potere assurdo, illogico paradossale che guiderà le sue azioni.
Può un soffio uccidere una persona è il dubbio che il protagonista si trova a dover dissipare ponendo sul banco tematiche attuali, conflitti non risolvibili e contraddizioni tra la vita e la morte
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Certe notizie sopravvengono così inattese che si resta lì per lì sbalorditi, e dallo sbalordimento pare non si trovi più modo a uscire se non ricorrendo a una delle frasi più fruste o delle considerazioni più ovvie.
Per esempio, quando il giovane Calvetti, segretario del mio amico Bernabò, m’annunziò la morte improvvisa del padre del Massari, da cui poco prima Bernabò e io eravamo stati a colazione, mi venne d’esclamare: – Ah la vita cos’è! Basta un soffio a portarsela via –; e congiunsi il pollice e l’indice d’una mano per soffiarci su, come a far volare una piuma che tenessi tra quelle due dita.
Vidi, a quel soffio, il giovane Calvetti farsi brusco in volto, poi piegare il busto e portarsi una mano al petto, come quando s’avverte dentro, e non si sa dove, un malessere indefinito; ma non ne feci caso, parendomi assurdo ammettere che quel malessere potesse dipendere dalla stupida frase che avevo detta e dal ridicolo gesto con cui, non contento d’averla detta, avevo anche voluto accompagnarla; pensai a qualche fitta o puntura ch’egli avesse avvertito, forse al fegato o al rene o agl’intestini, momentanea a ogni modo e senz’alcuna gravità. Senonché, prima di sera, mi piombò in casa costernatissimo Bernabò:


